Categorie: Diritto Unione Europea e Antitrust

Corruzione, abuso d’ufficio e standard efficaci del controllo di legalità sull’utilizzo delle risorse pubbliche nazionali ed europee
Data: 26 Gen 2024
Autore: Giuseppe Giacomini

Come ormai ampiamente noto anche ai non addetti ai lavori, il reato di “Abuso d’ufficio” (art. 323 C.P.), da anni arena di tormentate polemiche ed oggi in odore di abrogazione, è stato oggetto di numerose modifiche, l’ultima delle quali con L.11/9/2020 n.120.

Lo scopo di tali modifiche è sempre stato quello di rendere la norma il più possibile precisa ed evitare pertanto una vaghezza interpretativa inconciliabile con l’obbligo di chiarezza che le disposizioni penali debbono avere per scongiurare incertezze interpretative incompatibili col diritto di difendersi da un’accusa che sia formulata in modo chiaro e preciso nei suoi elementi costitutivi, di fatto e di diritto.

In questa oggettiva premessa è necessario osservare che il testo italiano attualmente vigente corrisponde fedelmente al testo che la Convenzione delle Nazione Unite contro la corruzione del 2003 (nota come Convenzione di Merida) suggerisce. Basta leggere l’art. 323 C.P. e l’art. 19 della Convenzione per rendersene conto, notando che il testo italiano è anzi ancor più chiaro e dettagliato di quello che la Convenzione prevede.

Bene anche ricordare che la Convenzione di Merida è entrata in vigore il 14/12/2005 e che è stata ratificata dall’Italia con la L. 3/8/2009 n.116 (Governo Berlusconi IV)

Ciò detto, poco vale osservare che il 93% delle indagini avviate per tale reato, si sono concluse con una una richiesta di archiviazione da parte del P.M. o con una assoluzione da parte dei Giudici. Vi è una bella differenza tra le due situazioni. E in ogni caso, questa osservazione non metterebbe certo in discussione il reato in sé ma piuttosto il modo in cui le Procure competenti lo hanno gestito chiedendo eventualmente rinvii a giudizio e condanne che in troppi casi siano state smentite dai Giudici.

Questo aspetto sarebbe legittimamente criticabile, tenuto conto del fatto che il P.M., nel nostro ordinamento, ha l’obbligo di avviare l’azione penale ma non ha affatto l’obbligo di chiedere il rinvio a giudizio, che anzi dovrà evitare in tutti i casi in cui non vi sia un serio fondamento all’ipotesi accusatoria e, oggi, dopo la riforma Cartabia, quando non vi sia “una ragionevole previsione di condanna” .

Osservare poi che la semplice apertura di un procedimento penale è capace di generare un danno gravissimo ed irreparabile al pubblico amministratore, e che per tale motivo il reato dovrebbe essere abrogato, è vero ma va completamente fuori tema.

Ogni accusa penale, non appena formulata, genera infatti gravissimo danno all’accusato ma nessuno si sognerebbe mai di abrogare una qualunque norma penale per tale motivo.

E’ d’altronde presente e tutelato nel nostro ordinamento penale (e in tutti gli ordinamenti europei) il principio di “presunzione di innocenza” fino a condanna definitiva e il principio che una condanna può essere pronunciata solo se la responsabilità sia dimostrata “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Ma ancora più importante è sottolineare che dopo l’avvio dell’azione penale da parte del P.M. e fino alla chiusura della indagini preliminari, la persona accusata si definisce, non a caso, “indagato” e che solo nell’ipotesi in cui il P.M. ne richieda il rinvio a giudizio egli assume la più scomoda qualità di “imputato” che presuppone, come ho ricordato, che quanto meno il P.M. ritenga seriamente fondata la notizia di reato su cui ha indagato.

E’ possibile che queste osservazioni elementari per un Avvocato penalista non siano chiare a chi fa informazione e che il pubblico dei lettori non sia adeguatamente avvertito a capire che un pregiudizio negativo in qualche modo legittimo non può mai giustificarsi nei confronti di un “indagato” ma può insinuarsi, a tutto voler concedere, solo nei confronti di un “imputato”?. A prescindere dal reato di cui sia accusato. Omicidio o abuso d’ufficio che sia.

Non si tratta dunque di abrogare norme penali correttamente formulate per il fatto che il solo esserne accusati della violazione possa arrecare danno, si tratta di parametrare l’informazione al pubblico alle differenti situazioni sopra accennate e di tutelare gli “indagati” non certo impedendo le indagini, attraverso l’abrogazione del reato, ma evitando che la doverosa apertura di esse si trasformi in una sorta di “gogna” pubblica anticipata che va ben al di là della stessa violazione della presunzione di innocenza.

Di quest’ultima infatti si può parlare solo dopo che vi sia un “imputato” e fino a quando non sia stata pronunciata nei suoi confronti una condanna definitiva.

Quanto poi alle censure annunciate dalla Commissione UE ed alla sua presunta ingerenza indebita in questioni riservate alla potestà nazionale, ancora una volta si va fuori tema.

A parte il fatto che il reato in questione è specificamente descritto nella Convenzione ONU da noi ratificata, è anche noto che è in corso di esame una Direttiva  europea di armonizzazione in materia di reati rientranti nella sfera della corruzione e che, tra essi, l’abuso d’ufficio è espressamente previsto. Dovrebbe anche essere noto che vi è un’alta prognosi di frodi (non solo in Italia) nell’acquisizione ed utilizzo dei fondi PNRR e che le frodi in tale ambito, ivi compresi i reati accessori che quasi sempre si accompagnano alla frode in sè (corruzione, abuso di ufficio, traffico di influenze….), non sono più di competenza delle Procure nazionali ma sono di competenza esclusiva della Procura Europea (EPPO) di cui si dimentica colpevolmente la concretissima esistenza.

Chi può dunque serenamente ed impunemente affermare che questo tema non riguarda l’Europa?

 

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