Categorie: Diritto Famiglia

I diversi orientamenti della Corte di Cassazione in materia di delibazione di sentenze ecclesiastiche
Data: 24 Mag 2024
Autore: Conte Giacomini Avvocati

Per quanto si tratti di un argomento oramai ampiamente trattato e oggetto di numerose interpretazioni giuridiche e dottrinali ciò che sorprende è come su tale tematica non si riesca a giungere ad un punto di arrivo chiaro e definitivo che permetta di pervenire a conclusioni certe circa la possibilità o meno di ottenere la delibazione delle sentenze di nullità pronunciate dai Tribunale Ecclesiastici.

Punto di partenza è il riferimento ad una certa oscillante giurisprudenza della Corte di Cassazione italiana in tema di delibazione, ossia di riconoscimento dell’efficacia civile, delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale, come previsto dall’art. 8, comma 2, dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, stipulato proprio quarant’ anni fa

Ci sia consentito ricostruire un breve excursus.

Nel 1988 la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite (con decisioni nn. 4700 — 4703, di identico tenore), stabiliva la possibilità che potessero essere civilmente riconosciute sentenze di nullità matrimoniale, che presentassero anche una convivenza dei coniugi superiore all’anno, pur contrastando con il principio stabilito dall’art. 123, comma 2, del codice civile, relativo alla simulazione del consenso.

Con sentenza del 20 gennaio 2011 (n. 1343), veniva invece attribuita rilevanza alla “prolungata convivenza coniugale”, con riferimento alla possibilità o meno di ottenere il riconoscimento della sentenza di nullità matrimoniale canonica nell’ordinamento italiano, senza però specificare quale fosse il termine temporale di convivenza che dovesse essere rispettato. Tale orientamento veniva, a sua volta, smentito da una sentenza del 4 giugno 2012 della Prima Sezione (n. 8926), per la quale la convivenza fra i coniugi successiva alla celebrazione del matrimonio non è ostativa, sotto il profilo dell’ordine pubblico interno, alla delibazione della sentenza ecclesiastica.

Con la remissione della questione alle Sezioni Unite, la Corte di Cassazione, in Sessione Plenaria, pronunciava le decisioni del 17 luglio 2014 (n. 16379 e n. 16380), le quali sembravano aver offerto un indirizzo, per quanto in dottrina discusso e discutibile, ormai chiaro e consolidato, nel senso di valutare la durata della convivenza coniugale quale elemento preclusivo della delibazione qualora si protragga per oltre tre anni e purché sia eccepita dalla parte interessata.

In breve, la Corte precisava che la convivenza coniugale, protrattasi per almeno tre anni dopo la celebrazione del matrimonio, diventa “un limite generale” di ordine pubblico, operando in presenza, occorre sottolineare, di qualsiasi motivo di nullità.

Nello stesso senso avrebbero disposto successive pronunce della Corte (come la n. 9925 del 19 aprile 2017 e la n. 11808 del 15 maggio 2018).

Ma ecco che ciò che sembrava ormai pacifico, è stato rimesso in discussione da più recenti Ordinanze (ossia la n. 17910 del 1 0 giugno 2022 e la n. 149 del 4 gennaio 2023), le quali hanno stabilito che il richiamato limite di ordine pubblico alla delibabilità “non opera se il vizio genetico del matrimonio-atto è previsto dall’ordinamento italiano”: così per quanto riguarda la fattispecie di nullità di matrimonio, di cui al can. 1095 nn. 2-3 del Codice di Diritto Canonico, ossia di incapacità consensuale, che troverebbe corrispondenza nell’ipotesi di invalidità contemplata dall’art. 120 del Codice Civile (incapacità di intendere e di volere).

Pertanto — questo è il principio formulato – “la convivenza ultratriennale non è ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza ecclesiastica, che accerti la nullità del matrimonio per incapacità a contrarre matrimonio determinata da vizio psichico, poiché una tale nullità è prevista anche nell’ordinamento italiano e non è sanabile dalla protrazione della convivenza prima della scoperta del vizio”.

Ci troviamo quindi di fronte ad affermazioni che, pur non disconoscendo del tutto i principi posti a base delle decisioni del 2014 e successive, portano a conseguenze, nella pratica, molto diverse, anche in considerazione del fatto che la maggior parte delle cause di nullità matrimoniale oggi riguarda proprio le ipotesi di incapacità o immaturità, che non troverebbero quindi più ostacolo alla delibazione a motivo della prolungata convivenza.

La questione – come sottolineato in apertura – appare quindi tutt’altro che definita, posto che un’ulteriore linea giurisprudenziale sembra indicare quella che si potrebbe definire la via media, e che ritengo meritevole di attenzione, mettendo in risalto le differenze tra ordinamento canonico e ordinamento civile, o, se si preferisce, tra i vizi del consenso nell’uno e nell’ altro ordinamento.

E’ risaputo come, a monte delle sentenze canoniche di nullità per i motivi di cui al 1095 nn. 2-3 del Codice di Diritto Canonico (difetto di discrezione di giudizio e incapacità di assumere gli oneri del matrimonio) vi possano essere non solo vere e proprie malattie psichiche o gravi disturbi di personalità, ma anche forme di fragilità o immaturità affettiva, che, pur non raggiungendo la gravità clinica, incidono comunque, secondo 1a elaborazione canonistica, sulla capacità consensuale del soggetto in quella specifica area (affettivo-matrimoniale), soggetto che in altri ambiti di vita (sociale, professionale) si può presentare del tutto “normale” ed adeguato, o addirittura con risorse superiori alla media. Ora, questo più recente indirizzo della giurisprudenza di Cassazione sembra tener conto della differente nozione di- “incapacità” nell’ordinamento civile e in quello canonico. Stabilisce infatti Un’Ordinanza dell’Il ottobre 2023 (n. 28409): “Non basta ad integrare la fattispecie dell’art. 120 u c.c. una situazione  descritta come di mera deficienza caratteriale o immaturità per non avere uno o entrambi i coniugi valutato la rilevanza dell ‘atto, il matrimonio canonico in sé, ‘indissolubile’ e, dunque, di portata davvero rilevante in quanto destinato per scelta originaria a durare per tutta la vita ‘: l’incapacità di valutare ex ante la rilevanza di un vincolo senza termini non significa necessariamente deficit psichico, ai sensi delle ricordate disposizioni dell ‘ordinamento italiano”.

In breve, la nozione di “incapacità”, quale è assunta nell’ordinamento canonico, appare diversa rispetto a quella riconosciuta nell’ordinamento civile.

I Giudici di legittimità concludono, quindi, rimandando la Corte di Appello ad un controllo più puntuale se effettivamente i vizi, come riscontrati dalla sentenza del Tribunale Ecclesiastico, si inquadrino in una delle cause di nullità del matrimonio riconosciute dall’ordinamento italiano, e in particolare in una vera e propria incapacità di intendere e volere, ovvero se ne distacchino, a motivo della propria specificità.

Questa recentissima decisione della Corte di Cassazione dimostra una volta di più la pervicace incapacità della giurisprudenza civile a trovare limiti e definizioni in grado di “codificare” dei principi  certi e immutabili su questa tematica.

Avv. Luigi Nasta

Immagine: <a href=”https://it.freepik.com/foto-gratuito/vista-frontale-delle-mani-degli-sposi-con-bicchieri-di-champagne-e-bouquet-da-sposa_7497941.htm#fromView=search&page=1&position=29&uuid=2b9e1b52-d2c3-4896-a2df-b58088551410″>Immagine di freepic.diller su Freepik</a>

Seguici sui Social

Iscriviti alla Newsletter

Genova, it

Indirizzo
Viale Padre Santo 5/11B
Genova, Italia 16123
Contatti
T. +39 010 83 15 280
F. +39 010 83 15 285
segreteria@contegiacomini.net

Milano, it

Indirizzo
Via Sant'Andrea 3
Milano, Italia 20121

Roma, it

Indirizzo
Via del Babuino 51
Roma, Italia 00187