Categorie: Diritto Famiglia

La revoca dell’assegnazione della casa famigliare non giustifica l’aumento automatico dell’assegno divorzile
Data: 20 Giu 2024
Autore: Conte Giacomini Avvocati

La revoca dell’assegno divorzile rappresenta un tema di grande rilevanza nel panorama giuridico attuale, in quanto incide in modo significativo sui rapporti economici tra gli ex coniugi e sulla loro capacità di mantenere un tenore di vita adeguato anche dopo la fine del matrimonio. La giurisprudenza di legittimità si è più volte pronunciata sulla questione, elaborando criteri sempre più raffinati per valutare le istanze di revoca dell’assegno divorzile, in un’ottica di equità e proporzionalità.

Il godimento della casa familiare, ex art. 337 sexies c.c., secondo un orientamento costante ed ormai granitico nella giurisprudenza, “è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli” (Cass. Civ., Sez. I, sent. n. 12466/2020; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 18133/2021); mentre, qualora l’assegnazione non corrisponda più a tale interesse, ad esempio perché i figli sono diventati adulti e autosufficienti, essa può essere senz’altro revocata (Cass. Civ., Sez. I, sent. n. 24407/2019; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 9764/2022).

Con l’ordinanza del 13 giugno 2024, n. 16462, la Corte di Cassazione Civile compie un ulteriore passo, stabilendo che la revoca dell’assegnazione della casa famigliare di per sé non giustifica l’aumento automatico dell’assegno di divorzio. In particolare, il giudice dovrà certamente tenerne conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerando anche l’eventuale titolo di proprietà (cfr. Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 5738/2023; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 7961/2024), ma senza che ciò comporti un automatismo nell’aumento dell’assegno.

Il caso esaminato dalla Cassazione ha origine da una pronuncia del Tribunale di Vicenza, adito per lo scioglimento del matrimonio civile con connesse domande per l’assegno divorzile, il mantenimento dei figli e l’assegnazione della casa coniugale. Il Tribunale aveva deciso sullo status, revocato l’assegnazione della casa coniugale, posto a carico dell’uomo un assegno di Euro 800,00 per ciascuno dei figli maggiorenni non economicamente indipendenti, oltre al 100% delle spese straordinarie, e un assegno di Euro 2.200,00 mensili per la donna.

La Corte di Appello di Venezia, respingendo l’appello principale del marito ed accogliendo parzialmente quello incidentale della moglie, aveva riformato la sentenza aumentando l’assegno divorzile della donna ad Euro 2.500,00 mensili, tenuto conto che la “quantificazione dell’assegno sarebbe da determinare anche in ragione della sopravvenuta stipula del contratto di locazione che, secondo il ragionamento seguito dalla Corte, sarebbe da ricondurre causalmente alla disposta revoca del diritto di abitazione nella casa ex-coniugale”.

Il marito ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che il Giudice d’Appello avrebbe errato sia sull’an debeatur che sul quantum.

Analisi delle motivazioni della Corte di Cassazione La Cassazione, con l’ordinanza n. 16462/2024, ha affermato che “La revoca dell’assegnazione della casa familiare al coniuge beneficiario dell’assegno divorzile non giustifica l’automatico aumento di tale assegno, trattandosi di un provvedimento che ha come esclusivo presupposto l’accertamento del venir meno dell’interesse dei figli alla conservazione dell’habitat domestico, in conseguenza del raggiungimento della maggiore età e del conseguimento dell’autosufficienza economica, o della cessazione del rapporto di convivenza con il genitore assegnatario” (Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 20452/2022; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 5738/2023; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 9764/2022).

La Corte precisa che la revoca dell’assegnazione della casa familiare di proprietà esclusiva dell’altro ex coniuge costituisce sopravvenienza valutabile ai fini della revisione delle condizioni di divorzio, in quanto il relativo godimento, ancorché funzionale al mantenimento dell’ambiente familiare in favore dei figli, riveste valore economico tanto per l’assegnatario, che ne viene privato con la revoca, quanto per l’altro ex coniuge, che se ne avvantaggia attraverso il compimento di attività suscettibili di valutazione economica, che gli erano state precluse col provvedimento di assegnazione, potendo lo stesso andarvi ad abitare o concederla in locazione o impiegarla per la produzione di reddito (Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 25 marzo 2024, n. 7961).

Questo orientamento segna un’evoluzione rispetto a precedenti pronunce, in cui si affermava che la revoca dell’assegnazione della casa familiare di proprietà esclusiva dell’altro ex coniuge costituisse sempre una sopravvenienza valutabile ai fini della revisione delle condizioni di divorzio (cfr. Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 25599/2022; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 10071/2021).

Le ragioni che hanno portato la Corte a escludere l’automatismo nell’aumento dell’assegno divorzile risiedono nella necessità di valutare in modo complessivo le condizioni economiche delle parti, senza che singoli elementi, come l’esigenza abitativa, possano assumere un rilievo preponderante e determinare in modo meccanico un incremento della contribuzione a carico dell’ex coniuge obbligato.

Bilanciamento tra esigenze abitative e condizioni economiche complessive La Corte precisa che gli elementi relativi alla revoca dell’assegnazione della casa familiare, già presenti in primo grado, possono rilevare nella determinazione del quantum dell’assegno divorzile, ma devono essere considerati, ove ravvisata la necessità di contribuzione, in relazione ad un’esigenza abitativa astrattamente considerata e al quantum dell’assegno già complessivamente riconosciuto (Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 7961/2024; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 16462/2024).

La valutazione di questo aspetto non può variare, in assenza di ulteriori e specifiche ragioni, solo in funzione dell’effettivo costo concretamente sostenuto per soddisfare la specifica scelta abitativa che, di volta in volta, il titolare dell’assegno divorzile possa fare (Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 16462/2024; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 5738/2023).

Questo principio mira a garantire un equo bilanciamento tra le esigenze abitative dell’ex coniuge assegnatario e la valutazione complessiva delle condizioni economiche delle parti, evitando che la determinazione dell’assegno divorzile sia influenzata in modo sproporzionato dalle scelte individuali in materia di abitazione.

Inoltre, la Corte rileva che la raggiunta autosufficienza economica dei figli si riverbera sia sul padre che sulla madre, facendo venir meno per entrambi (e non solo per l’ex coniuge che provvede al mantenimento indiretto) l’obbligo di mantenimento, determinando così per entrambi una maggiore disponibilità economica (cfr. Cass. Civ., Sez. VI-1, ord. n. 8325/2021; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 18133/2021).

Con questa decisione, la Corte di Cassazione sembra voler introdurre importanti correttivi rispetto a un’interpretazione più ampia che rappresenta ormai un orientamento uniforme e consolidato (Cass. Civ., Sez. 1, Ord. n. 27599/2022; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 7961/2024; Cass. Civ., Sez. I, ord. n. 10071/2021).

L’orientamento giurisprudenziale più recente mira a garantire una maggiore equità e proporzionalità nella valutazione delle istanze di revoca dell’assegno divorzile, tenendo conto sia dell’interesse dei figli che delle effettive condizioni economiche degli ex coniugi. Si tratta di un approccio più flessibile e attento alle specificità del caso concreto, che evita automatismi e semplificazioni eccessive nella determinazione dell’entità della contribuzione a carico dell’ex coniuge obbligato. Il tutto in un’ottica di maggiore giustizia sostanziale e di adeguamento alle mutevoli esigenze della società. Sarà interessante seguire gli sviluppi futuri di questo orientamento e verificarne l’impatto concreto sui rapporti tra gli ex coniugi e sulla regolazione dei loro diritti e obblighi in sede di divorzio.

Le implicazioni future di questo orientamento sono significative, in quanto impongono ai giudici di merito un’analisi più approfondita e puntuale delle circostanze rilevanti ai fini della decisione sulla revoca dell’assegno divorzile. Gli operatori del diritto saranno chiamati a elaborare criteri sempre più raffinati per bilanciare in modo equo le esigenze delle parti, garantendo al contempo la tutela dell’interesse dei figli e la salvaguardia delle condizioni economiche degli ex coniugi.

 

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 13 giugno 2024, n. 16462.

Avv. Elena Garzoglio

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