Categorie: Diritto Penale

Messa alla prova ed Enti imputati ex D.Lgs. n. 231/2001: la sentenza del Tribunale di Bari che “disattende” le Sezioni Unite.
Data: 06 Set 2023
Autore: Daniele Venturini

Nella rassegna relativa alle recenti pronunce giurisprudenziali aventi ad oggetto la responsabilità amministrativa degli Enti, merita di essere menzionata l’importante sentenza n. 3601/2023 pronunciata dal Tribunale di Bari, Sezione penale I, in data 15/6/2023.

Il Tribunale di Bari, in particolare, ha pronunciato sentenza di non doversi procedere nei confronti di un Ente imputato ex D.Lgs. n. 231/2001, per essersi l’illecito estinto a seguito di intervenuto esito positivo della messa alla prova.

Il Tribunale, infatti, nel giugno 2022, aveva ammesso all’istituto il predetto Ente il quale aveva, poi, correttamente adempiuto alle prescrizioni oggetto del programma di trattamento.

Nelle more del procedimento è stata pronunciata la nota sentenza n. 14840/2023 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, secondo cui: “L’istituto dell’ammissione alla prova (art. 168-bis c.p.) non trova applicazione con riferimento agli enti di cui al d.lgs. n. 231 del 2001”.

Il Tribunale di Bari, però, nella motivazione della propria decisione, ha ritenuto che tale pronuncia non ostasse all’estinzione dell’illecito contestato all’Ente.

Preliminarmente, infatti, il Tribunale barese ha sottolineato come “..<<In tema di giudizio di legittimità, il vincolo derivante dal principio di diritto affermato, ai sensi dell’art. 618, comma 1-bis, c.p.p., dalle Sezioni Unite della Corte riguarda esclusivamente l’oggetto del contrasto interpretativo rimesso e non si estende ai temi accessori o esterni>> (Cass. pen. sent. n. 49744 del 2022)”. Nel caso di specie, il Giudice sottolinea come l’ordinanza che aveva rimesso la questione alle Sezioni Unite avesse il seguente tenore: “Se il procuratore generale è legittimato a proporre impugnazione avverso l’ordinanza che ammette l’imputato alla messa alla prova ai sensi dell’art. 464 bis cod. proc. e avverso la sentenza pronunciata ai sensi dell’art. 464 septies  cod. proc. pen. e quali siano i vizi deducibili con il ricorso avverso tale sentenza” e, quindi, la questione della possibilità per l’Ente di essere ammesso all’istituto in esame “non manifesta criteri di pregiudizialità o di consequenzialità rispetto a quello oggetto del principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite”.

Successivamente a ciò, il Tribunale ha trattato le ragioni secondo cui lo stesso ha ritenuto che “l’affermazione sull’impossibilità per l’ente di essere ammesso alla prova, contenuta nella sentenza delle Sezioni Unite succitata, non sia persuasiva”.

Le Sezioni Unite, in particolare, avevano statuito tale impossibilità sulla base dei seguenti assunti:

  • la responsabilità degli Enti ex D.Lgs. n. 231/2001 è da ricondurre al c.d. tertium genus;
  • l’istituto della messa alla prova deve essere inquadrato nell’ambito di un “trattamento sanzionatorio penale” e, quindi, l’estendibilità dello stesso agli Enti, non espressamente previsti dalla legge penale in esame, è impedita dal “principio di legalità della pena, del quale la riserva di legge costituisce corollario”;
  • non è possibile applicare analogicamente in bonam partem una sanzione penale ad una fattispecie incriminatrice che ne sia priva.

Sul punto, secondo il Tribunale di Bari, l’applicazione analogica in bonam parte della legge penale, non contrasterebbe con il principio di riserva di legge, corollario del principio di legalità di cui all’art. 25, comma 2 della Costituzione. Ed, infatti: “Autorevole dottrina ha affermato che il ricorso all’analogia non collide mai, in maniera diretta, col principio di riserva di legge, giacché è pur sempre da una disposizione di legge che si prendono le mosse per la regolamentazione del caso non previsto espressamente; semmai, occorre verificare che il ricorso all’analogia non violi il diverso principio di tassatività della legge penale, ulteriore corollario del principio di legalità”.

L’analogia in bonam partem, secondo il Giudice di Bari:  “non contrasta col principio di tassatività, poiché è conforme alla ratio di quest’ultimo, che è quella di garantire la libertà personale del cittadino a fronte di possibili arbitri dei poteri esecutivo e giudiziario (ratio di cui, per inciso, partecipa anche il principio di riserva di legge). Essa trova dei limiti nell’eventuale carattere di eccezionalità o indeterminatezza della norma oppure nell’eventuale intenzionalità della lacuna normativa da colmare”.

Tali limiti (eccezionalità e indeterminatezza) non sussistono nel caso di specie posto che, come già il Tribunale aveva espresso nell’ordinanza di amissione dell’Ente alla messa alla prova: “Cass. Pen. SS. UU. Sent. N. 33216 del 2016 ha chiarito che la relativa disciplina deve essere interpretata in maniera tale da <<garantire il massimo livello di accessibilità al nuovo istituto>>. Ciò significa che l’intenzione del legislatore è quella di ottenere la più ampia applicazione possibile dell’istituto..”.

Quanto poi alla circostanza secondo la quale all’analogia in bonam partem osterebbe la natura di sanzione penale della messa alla prova, il Tribunale di Bari obietta che “anche aderendo alla tesi della natura di sanzione penale della messa alla prova affermata dall’orientamento della Corte costituzionale richiamato dalle Sezioni unite, non può non rimarcarsi che il medesimo orientamento ha evidenziato che l’istituto in esame manifesta, allo stesso tempo, anche la natura di causa di estinzione del reato, per la quale, attesa la sua incontestabile portata generale, l’ammissibilità dell’analogia in bonam partem non è revocabile in dubbio”.

Quanto, ancora, alla circostanza secondo la quale la possibilità di procedere con l’analogia in questione andrebbe esclusa alla luce della “disomogeneità” tra la natura giuridica di sanzione penale della messa alla prova e quella di tertium genus della responsabilità amministrativa dell’Ente, il Tribunale sottolinea che – come affermato dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 38343/2014 – il fatto che quest’ultima responsabilità coniughi elementi dell’ordinamento penale e dell’ordinamento amministrativo non significa che la stessa “è incompatibile con questi ultimi, ma semmai, l’esatto contrario; infatti, come stabilito nella sentenza del 2014, la disciplina del D.Lgs. n. 231/2001 manifesta complementarietà con la responsabilità penale e amministrativa nei settori la cui normazione attinge da queste ultime”.

Il Tribunale, infine, dubita che l’ammissione dell’Ente alla messa alla prova sia il frutto di un’operazione analogica, posto che – stante il rinvio operato dagli artt. 34 e 35 del D.Lgs. n. 231/2001 alle norme del codice di procedura penale e alle disposizioni processuali relative all’imputato in quanto compatibili – potrebbe ritenersi che la predetta ammissione possa piuttosto derivare da una mera interpretazione estensiva della legislazione vigente.

Alla luce di tali considerazioni, come detto, il Tribunale ha preso atto dell’esito positivo della messa alla prova da parte dell’Ente ed ha pronunciato sentenza di non doversi procedere per estinzione dell’illecito amministrativo allo stesso contestato.

 

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