Categorie: Diritto degli animali

Violenza animale e indice di pericolosità sociale, la drammatica vicenda del gatto Leone.
Data: 12 Dic 2023
Autore: Manuela Giacomini

Dopo 4 giorni di agonia è morto il gattino Leone, scuoiato, martoriato e abbandonato agonizzante in strada ad Angri, in provincia di Salerno.

Il gatto era stato trovato, in fin di vita, da alcuni volontari del Canile di Cava dei Tirreni i quali hanno provato a salvarlo con l’aiuto dei Veterinari della Asl di Cava dei Tirreni.

Il nome “Leone” gli era stato dato proprio per la forza e la tenacia che stava dimostrando nel cercare di sopravvivere all’orrore che ha dovuto subire ma, purtroppo, le ferite inferte con crudeltà e sadismo erano troppo gravi per questo piccolino che, alla fine, si è dovuto arrendere.

Un abominio compiuto da ignoti che, come tutte le vicende di violenza nei confronti degli animali, mi ha profondamente colpita e che, a mio avviso, dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme sociale che davvero non può più rimanere inascoltato.

Il poeta Ovidio Publio Nasone, che visse tra il 43 a.C e il 17/18 d.C., affermava già che: “Saevitia in bruta est tirocinium crudelitatis in homine”, il cui significato è: “La crudeltà su animali è tirocinio di crudeltà verso gli uomini”.

Frase che viene confermata anche dai recenti studi scientifici che si occupano di analizzare la correlazione tra maltrattamento e uccisione di animali e reati interpersonali, sui quali ho voluto fare una piccola ricerca per aiutarci a riflettere sul tema.

Un contesto familiare in cui il bambino è vittima di abusi fisici, psicologici, sessuali, incuria, ipercuria o altre forme di violenza o il disagio scolastico possono essere fonte di condotte aggressive verso coloro che vengono percepiti dal minore come “più deboli” e gli animali rappresentano certamente una fascia non (sufficientemente) protetta e quindi più suscettibile a essere vittima disponibile e indifesa di maltrattamento.

E infatti, secondo uno studio del CNR in Italia, il 16,7% dei ragazzi in età compresa tra i 9 e i 18 anni ha ammesso, almeno una volta nella vita, di aver compiuto atti di violenza su animali, che una volta su cinque la ragione di tali gesti sia stata la semplice ricerca di divertimento e che il 31% degli atti di violenza sugli animali è compiuto da minorenni. Numeri che dovrebbero farci pensare.

Inoltre, come emerge dagli ultimi rapporti della LAV sulla “Zoomafia”, i reati di “zoo criminalità” ad opera di minori sono particolarmente efferati e, tra i vari drammatici episodi registrati si citano: tagliare le orecchie a un cucciolo di cane; uccisione di pesciolini rossi prelevati da una fontana pubblica; tentativo di bruciare vivo un gatto o di impiccare un Pitbull; uccisione di anatre a sassate.

Un altro studio indicativo è stato condotto dall’Associazione Link Italia, che si occupa proprio di sviluppare e promuovere iniziative e studi scientifici sulla relazione tra maltrattamento animale e distinti tipi di violenza umana intraspecifica, tramite un’analisi retrospettiva all’interno delle carceri italiane.

L’associazione ha intervistato 682 detenuti, estendendosi poi ad un totale di 1087 casi, per delineare il profilo zooantropologico comportamentale e criminale del maltrattatore e/o uccisore di animali. I risultati sono stati inequivocabili.

In particolare, dei 682 detenuti l’89% ha assistito e/o maltrattato e/o ucciso animali da minorenne, il 61% di essi ha messo in atto la violenza. Il 41% ha dato come motivazione il fatto di dover sfogare rabbia e frustrazione nei confronti dell’ambiente familiare violento, abusante e negligente, emergendo difficili rapporti con il padre o con la madre. Il 29% lo ha fatto per un senso di rivalsa nei confronti di un’esistenza alienante e fatta di solitudine, vuoto, noia, difficoltà a relazionarsi con la gente. Il 62% dei maltrattanti ha appiccato incendi durante la propria vita. Età media di inizio crudeltà verso animali: 4 o 5 anni (nel 14% del totale). Il 3% ha commesso atti di zoofilia erotica. Nel 35% dei casi si è perpetrata la violenza in questione come parte integrante di altra condotta deviante o fattispecie criminosa. Il 19% dei casi contempla la componente sadica. Il 64% continua il maltrattamento anche in età adulta. Inoltre, chi ha assistito e/o maltrattato e/o ucciso animali da minorenne è ora detenuto per: maltrattamenti all’interno della famiglia (nel 94% dei casi), reati sessuali (90% di essi), reati connessi alla criminalità organizzata (98%), per omicidio (87%).

Il medesimo studio era stato realizzato anche negli Stati Uniti d’America e, anche in questo caso, era emerso che la maggior parte di persone responsabili di violenza grave e i serial killer hanno praticato violenza verso gli animali in giovane età o sono stati testimoni di violenza sugli animali.

Di conseguenza, nel 2014, l’F.B.I. ha elevato il reato di maltrattamento degli animali al rango dei “Top Crime”, classificandolo come “Crimini contro la società”, andando così ad occupare una specifica categoria di classificazione nel database nazionale dei crimini. In questi casi quindi è prassi attivare una collaborazione interforze: un veterinario o un operatore del sistema di protezione animali, quando rileva un maltrattamento in capo ad essi, effettua una segnalazione alle forze dell’ordine o ai servizi sociali, al fine di prevenire, tra gli altri, un potenziale maltrattamento all’interno delle mura domestiche.

Alla luce di quanto sopra, è evidente quindi l’importanza di comprendere il valore predittivo che i reati di maltrattamento ed uccisione di animali possono avere in relazione alla pericolosità sociale del soggetto che li ha commessi.

Tuttavia, malgrado le summenzionate evidenze, sembra che in Italia tale consapevolezza non sia stata ancora pienamente raggiunta, come dimostrano anche i ripetuti gravissimi episodi di violenza nei confronti degli animali riportati dalle cronache nazionali (quali ad esempio, per citarne qualcuno, la terribile fine del cane Angelo o la vicenda della povera capretta uccisa a calci per “divertimento” nell’agosto di quest’anno con tanto di filmati messi online).

Spesso, i maltrattamenti e l’uccisione di animali vengono sottostimati e relegati a reati di serie B, probabilmente anche a causa delle pene previste dal nostro codice penale che, purtroppo, sono davvero lievi tenuto conto anche dell’importanza predittiva del fenomeno. Ad oggi, infatti, il reato di uccisione di animali è punito con la reclusione da 4 mesi a 2 anni (art. 544 bis c.p.) mentre il reato di maltrattamento di animali è punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro (art. 544 ter c.p.), nonostante si tratti di reati spregevoli compiuti nei confronti di soggetti “deboli”, che difficilmente possono difendersi, e spesso con condotte estremamente violente e/o sadiche.

La mia speranza quindi è che anche il sacrificio di Leone non sia stato vano e che si tragga spunto da questa ennesima, agghiacciante, storia, per inasprire le pene e iniziare a considerare questi reati per quello che realmente sono: condotte gravissime che rappresentano un serio indice di pericolosità sociale di cui è necessario tenere conto.

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