Categorie: Diritto Civile ed Internazionale

Violenza psicologica e Gaslighting: tutela giuridica di un fenomeno ‘sommerso’
Data: 07 Feb 2024
Autore: Erica Roncallo

Il ricorso alla violenza è una tendenza che può colpire tutti indipendentemente dal sesso, dalla religione, dal livello sociale o culturale. Quando pensiamo alla violenza tendiamo a focalizzarci su quella fisica, quella che lascia i segni, ma non esiste soltanto questa forma.

Esiste, infatti, anche la violenza psicologica, ossia quella forma di violenza infida, insidiosa, fatta persino di silenzi o di parole così subdole e pungenti che, giorno dopo giorno, nella più totale quotidianità, minano l’anima della vittima.

Si tratta di una lacerazione interiore non percepita come abuso al momento della manifestazione, ma così potente da portare a dubitare di sé stessi, facendo crollare ogni tipo di sicurezza e portando a esporsi a facile manipolazione altrui.

Talvolta, tale manipolazione psicologica porta addirittura la vittima a mettere in discussione la propria percezione della realtà e la propria sanità mentale. In questi casi si parla del fenomeno del cd. Gaslighting, aspetto di cui – sia dal punto di vista psicologico che giuridico – si sente parlare ancora troppo poco in Italia.

Negli Stati Uniti, vi è grande attenzione per tale fenomeno affermatosi ormai già dagli anni Settanta, a differenza dei Paesi UE o di altri Paesi extra-UE. Ad esempio, in Inghilterra soltanto recentemente, nel gennaio 2023, la High Court Judges del Regno Unito, avendo finalmente riconosciuto il Gaslighting come una forma di abuso psicologico, ha fatto un importante passo avanti nella lotta contro questo tipo di comportamento.

Sotto l’aspetto giuridico, nel nostro ordinamento non si parla ancora ufficialmente di Gaslighting e non è, pertanto, riconosciuto come reato, sebbene in passato la sottomissione al volere di una persona “in modo da ridurla in totale stato di soggezione” configurasse lo specifico reato di plagio previsto dall’art. 603 c.p., poi abrogato in quanto ritenuto illegittimo dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 96/81.

Tale abrogazione ha creato, purtroppo, un vulnus normativo che si è cercato di colmare con il disegno di legge n. C.569 volto all’introduzione del reato di manipolazione mentale. Tuttavia, ad oggi, non ha ancora avuto buon esito, a differenza, invece, di quanto accaduto in Francia, Spagna e Belgio, ove tale reato è stato formalmente introdotto.

Nonostante l’assenza di una specifica norma punitiva, il nostro ordinamento non è rimasto inerme di fronte all’esigenza di tutela dei casi di violenza psicologica, equiparandoli di fatto – seppur con maggior difficoltà sotto l’aspetto probatorio – ai casi di violenza fisica.

Invero, dal punto di vista penalistico, la condotta del gaslighter si ipotizza possa essere sussumibile sotto il reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p., se il contesto è quello domestico, oppure sotto il reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis c.p.

Le forme di tutela al descritto fenomeno, tuttavia, non rimangono limitate al diritto penale, tanto che un importante passo avanti a difesa delle vittime di violenza in ambito familiare è stato compiuto con la promulgazione della Legge 154/2001, la quale esplica i propri effetti anche sul piano civilistico e non soltanto penalistico.

Con tale intervento il legislatore, oltre ad aver previsto l’allontanamento familiare disciplinato dall’art. 282-bis c.p. e – quando il fatto non costituisce reato perseguibile d’ufficio – dagli artt. 342-bis e ss. c.c., ha altresì considerato la possibilità di attribuire coattivamente alla vittima una parte del reddito dell’abusante.

A tali importanti tutele si aggiunga poi anche la tutela risarcitoria che, nei casi di Gaslighting, trova il proprio fondamento nel gravissimo oltraggio alla sfera personale, relazionale ed emotiva. Tale forma di abuso psicologico rientra, invero, senza alcun dubbio nel novero dei danni non patrimoniali di cui all’art. 2059 c.c. in ragione del fatto che le condotte del soggetto abusante comportano un peggioramento della qualità della vita della vittima, nonché rilevanti alterazioni delle abitudini quotidiane e delle attività realizzatrici del soggetto abusato.

Inoltre, in ambito coniugale, di fronte alla violazione dei doveri coniugali, è prevista anche la possibilità per la vittima di violenza domestica di chiedere ex art. 151 c.c., oltre al risarcimento dei danni non patrimoniali, la separazione con addebito a carico del colpevole, al quale, quindi, non potranno più essere riconosciuti il diritto al mantenimento e i diritti successori.

Sul punto, sebbene il nostro ordinamento giuridico non riconosca il fenomeno, la giurisprudenza è ormai granitica nell’affermare che anche un solo episodio di violenza, ivi inclusa la violenza psicologica, comporta l’addebito della separazione. Ciò sulla base del fatto che l’atto violento viene considerato in re ipsa fatto idoneo a determinare o aggravare l’intollerabilità della convivenza, sicché esso consente in definitiva di ritenere provato, ex se, il nesso causale tra la violazione del dovere coniugale di assistenza e solidarietà tra i coniugi.

In tal senso, recentemente la Suprema Corte ha affermato che “le reiterate violenze fisiche e morali costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitalità all’autore di esse” e che “il loro accertamento esonera il giudice di merito dal dovere di procedere alla comparazione, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, col comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei” (ex multis, Cass. Civ. n. 35249/2023).

È chiaro che sussistono diverse forme di tutela che certamente sono in grado di arrestare o quantomeno limitare il fenomeno del Gaslighting. Il vero problema è che ci troviamo al cospetto di un fenomeno di difficile identificazione, in quanto, come visto, manifesta subdole caratteristiche che sono in grado di insinuarsi nei rapporti interpersonali.

Tutto ciò si traduce, quindi, in un’enorme difficoltà, se non impossibilità, ad apprestare le necessarie tutele legali alle vittime di violenza psicologica, con la conseguenza che tale tutela può essere offerta soltanto attraverso la preventiva opera di riconoscimento e neutralizzazione che la vittima stessa deve compiere sul gaslighter e, ancor prima, attraverso un sistema di educazione sociale che consenta di individuare le red flags alla base di questi fenomeni ‘sommersi’.

Se non si vede, non significa che non esista.

 

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